QUANDO I NEONATI VENIVANO FASCIATI

Uno dei tondi, opera di Andrea Della Robbia (1435/1525), collocato sul portico dell’Ospedale di Santa Maria degli Innocenti a Firenze, raffigurante un trovatello sottoposto  a bendaggio neonatale.

Dipinto del XVII secolo raffigurante un infante fasciato fino al collo

Da reperti archeologici, costituiti da statuette votive, ritrovati in tombe etrusche si sa che fin dall’antichità i neonati venivano strettamente fasciati.

La desueta fasciatura tradizionale del neonato, pur essendo tanto antica da perdersi nella notte dei tempi, non ha subìto delle varianti di rilievo via via apportate dalle esigenze e dalle stravaganze della moda.

       Già nella prima metà del II secolo d.C., Sorano di Efeso, medico e scrittore greco, fornisce utili indicazioni ed ammaestramenti sul come infagottare i pargoli. Essendo un’autorità in materia di fasciature, nella sua opera “Sui bendaggi”, illustra molteplici e variegati bendaggi (chirurgici ed ortopedici) per varie parti del corpo (1). Riguardo alla tecnica di fasciatura neonatale, Sorano propone l’uso di panni e raccomanda di coprire la testa con un tessuto; di accostare gli arti superiori ai fianchi; di avvicinare tra loro le ginocchia e i piedi, dopo avervi interposto un pezzo di stoffa al fine di pervenire lesioni da contatto; di bendare con una lunga fascia di lana il corpicino, tranne il collo ed il capo. L’illustre medico consiglia, altresì, di avvolgere il neonato fino a quaranta o sessanta giorni dopo la nascita e soltanto in seguito di lasciar libere prima la mano destra, poi la sinistra e quindi le estremità inferiori (2). Le istruzioni di Sorano vengono seguite, sia pure con limitate varianti, nei secoli successivi.

         In periodo medievale il bambino è avvolto in un panno di lino (o di cotone per i ceti meno abbienti) e poi in un drappo di lana, il tutto bloccato da un nastro.

       Nel XVI secolo il neonato viene fasciato strettamente come una piccola mummia costituendo un’abitudine comune che, a seconda della classe sociale di appartenenza, varia dalla ricchezza delle fasce. Una doppia fasciatura dalle spalle ai piedi permette al bambino di muovere solo la testa. Così facendo si sarebbe ottenuta la sua crescita in maniera diritta e robusta.

         Nel XVII secolo, l’operazione della fasciatura, cui il piccolo viene sottoposto, sembra essere dettata dal principio di salvaguardare la forma delle membra (considerate alquanto fragili), di correggere la natura al bisogno o di rimediare ad eventuali danni prodotti durante il parto. A fasciatura ultimata il neonato, con il viso scoperto, deve risultare sufficientemente rigido da poter essere sollevato e spostato senza che nessun membro possa essere piegato. In una fase successiva le braccia ed il corpo possono essere liberati quasi contemporaneamente dopo qualche mese dalla nascita mentre la restante parte del corpo deve rimanere racchiusa ancora per diverso tempo nel rigido involucro delle fasce.

       Nell’ultimo quarto del ‘700, qualche medico inizia a sostenere che già alla nascita è necessario lavare il piccolo in modo da poterne esaminare, agevolmente e con diligenza, il corpo allo scopo di evidenziare eventuali lesioni degne di un qualche intervento. La prassi medica comunque consiglia di avvolgerne il tronco con un panno di lino e assicurare questo con una benda; dopo aver sollevato e sostenuto lo scroto con una pezzuola, è necessario distendere le braccia lungo i fianchi, allungare i piedi e mettere una pezza più volte ripiegata tra i malleoli, allo scopo di prevenire contusioni; infine, occorre “involgere il figlio nelle opportune tele (…) avvertendo di non stringerlo troppo” (3).

       In quegli anni, Giacomo Leopardi scrive nel suo “Canto notturno (…)”: “Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morte il nascimento./ Prova pena e tormento/ per prima cosa”, insomma, “…in qual forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna,/ è funesto a chi nasce il dì natale”. Chissà se a indurlo al pessimistico convincimento non sia stata anche una sia pur fugace riflessione su una fasciatura senza alcun dubbio alla moda, ma – è appunto il caso del poeta – di nessuna utilità per l’armonia del corpo!

       La consuetudine di fasciare i neonati, tanto diffusa e radicata, si perpetua nel tempo giungendo fino a noi e documentata – intorno la fine degli anni trenta del secolo scorso – dal Pitrè quando segnala che “in più di due terzi della Sicilia serbano l’uso di mettere prigioniero tra le tenaci fasce il neonato e di ficcare in una delle ripiegature della fasciatura lo Abbizzè” – a,b,c, - “o Buzzeu o Santa Cruci”, un libricino di poche pagine con immagini, segni e preghiere, la cui funzione è quella di avere “molte virtù e preserva, chi lo ha addosso, di qualche maleficio possibile” (4).

       E’ necessario giungere a circa mezzo secolo fa affinché la moderna puericultura possa mettere al bando il tradizionale bendaggio proponendo nuovi indirizzi.

       Finalmente il neonato rientra in possesso e può godere di quella libertà che gli è stata negata per troppo tempo (5).

 

                                                                  Giuseppe Nativo

 -Note bibliografiche:

 -1) AA.VV., I manoscritti della Biblioteca Laurenziana di Firenze”, in “Kos”, febb. 1984, pagg.10-14;

 -2) H. Schipperges, “Il giardino della salute”, Ed. Garzanti, Milano, 1988, pag.32;

-3) G. Cosmacini, “Storia dell’Ostetricia”, 1, Cilag, Milano-Roma-New York, 1989, pagg.121-122;

-4) G. Cosmacini, Op. cit., 2, pag.60 (citazione tratta dal volume ”Usi e costumi, credenze e pregiudizi…” di G. Pitrè);

-5) per ulteriore approfondimento si segnala “La fasciatura del neonato tra storia e letteratura” di R. Di Lello, in “Sannio Medica”, n.4 – ottobre 2001.